L’origine del borgo antico di Senise, un tempo racchiuso da mura di protezione, è da far risalire al VII-VIII secolo, quando nell’Italia meridionale si affermarono i Longobardi con il Ducato di Benevento.
La formazione sociale, religiosa e amministrativa è data dalla confluenza e dalla sedimentazione delle culture di questi due popoli, longobardi e bizantini, che si susseguirono nella dominazione dell’Italia meridionale. L’incerta attribuzione della fattura e della proprietà del cosiddetto “Tesoro di Senise”, ritrovato in località Pantano nel 1915 da due operai mentre recuperavano materiale da costruzione da un cumulo di pietre, testimonia l’origine longobardo-bizantina del primo nucleo insediativo di Senise. Da lì i primi fondatori si sarebbero poi spostati verso l’interno, in zona più elevata, per ragioni di sicurezza. Nacque così il primo nucleo fortificato, che fu edificato attorno a un castello.
Anche la disputa sull’origine del nome restituisce, seppur indirettamente, l’influenza bizantina sulla nascita e formazione del centro. Più di uno storico, infatti, sostiene che il toponimo derivi proprio dal termine greco “synesis” che significa confluenza e che sarebbe riconducibile al fatto che esso sorge alla confluenza tra il Sinni e il Ser(r)apotamo. Sembra più probabile, però, che il nome Senise derivi dalla vicinanza al fiume Sinni, come attestano le forme in latino Senisium-Senesium che si ritrovano nei Registri della Cancelleria Angioina.
Al di là del valore storico che ricoprono, sono anche i versi della poetessa Isabella Morra a testimoniarlo: “la terra che da te (Sinni) deriva il nome”, scriveva in un suo famoso componimento.
Senise appartenne alla contea dei signori Chiaromonte, per poi passare, dopo il matrimonio della contessa Margherita Chiaromonte con Giacomo di Sanseverino-Bisignano, sotto l’influenza della potente famiglia principesca dei Sanseverino.
Figura importante nella storia di questo paese, è la contessa Margherita. Fu proprio quest’ultima a istituire il cenobio dei Frati Minori Francescani che prese il nome di San Francesco della Scarpa. Ai frati fu donato il castello baronale e la chiesa di S. Maria degli Angeli, costruita dai predecessori di Margherita nel 1270.
Il castello dei signori Sanseverino fu costruito in altra sede, nella parte alta del paese chiamata Motta.
Tra il ‘500 e il ‘600 Senise visse il suo periodo di maggiore floridezza, grazie anche a Pietrantonio Sanseverino, uomo di elevata cultura e mecenate di poeti e uomini di lettere.
Grazie allo stesso principe Pietrantonio il paese visse in questo periodo la sua maggiore floridezza economica, tanto da ospitare nel Mercato, di cui ancora oggi sono visibili i ruderi, la più grande fiera dell’intero territorio. In quel periodo la struttura misurava 32 metri di larghezza e 200 metri di lunghezza, con 80 vani destinati ai rivenditori.
Più tardi i Sanseverino alienarono il feudo di Senise che fu acquistato da Giulio Pigantelli, signore di Cerchiara, che lo rivendette ad Antonio Di Sangro duca di Campolieto per rientrarne in possesso poi nel 1774.
VITA CONTADINA, UN POPOLO E LE SUE TRADIZIONI
La storia sociale di Senise è la storia dei rapporti fra le due grandi componenti della società: la borghesia agraria e i contadini.
Questi ultimi vivevano la condizione sociale più difficile, stretti fra la povertà e la sudditanza nei confronti dei proprietari terrieri, spesso autentici padroni delle vite dei contadini e delle loro famiglie. La condizione di totale subalternità dei contadini era espressa anche nella terminologia identificativa dei ruoli e delle posizioni sociali. Eccellenza era l’appellativo riservato unicamente ai membri della famiglia di discendenza marchesale, mentre signorino o signorina veniva riservato ai membri di altre poche famiglie. Per il resto era una generale divisione fra i don (il dominus di derivazione latina ma ereditato dalla tradizione spagnola) e il resto del popolo, quasi totalmente alle dipendenze dei signori del luogo, fra coloro che servivano nelle masserie fuori dal paese e i domestici che servivano nei palazzi.
Eppure, proprio a causa dell’isolamento delle vie di comunicazione in cui versava l’intera area, fu proprio il lavoro immane e sapiente di questi contadini a fare di Senise una sorta di riserva frumentaria per i paesi vicini. La presenza di terreni fertili e irrigabili fece delle terre senisesi un’autentica riserva frumentaria a cui accedevano da diversi paesi.
Le condizioni di vita dei contadini, però, rimasero pur sempre grame. Da un documento della statistica murattiana del 1812, apprendiamo che essi si cibano essenzialmente di ortaggi e verdure, mentre la carne rimane un miraggio da poter assaggiare a carnevale, se durante l’anno si è riusciti a ingrassare il maiale, o quando si lavora per i proprietari terrieri.
Tra gli ortaggi, secondo quanto riporta il documento, quello di cui si fa più largo consumo è il peperone. Nelle minestre, accompagnato col pane, crudo, arrostito o fritto, il peperone è stato da sempre l’alimento principale dei senisesi, tanto che il documento del 1812, riporta la grande incidenza di malattie dello stomaco e dell’intestino causate dal suo largo impiego.
La condizione dei contadini non migliorò con l’avvento dell’Unità di Italia. Anzi! L’aumento delle tasse e il nuovo assetto economico e sociale del Regno danneggiarono la borghesia terriera senisese, che negli anni precedenti si era lasciata andare ad un tenore di vita a volte superiore alle proprie possibilità e non aveva mostrato la dovuta cura per le proprietà e per le produzioni. Le loro difficoltà furono aumentato dall’accresciuto peso dei tributi e dal venir meno del valore della proprietà fondiaria, fenomeno causato soprattutto dall’immiserirsi delle condizioni sociali ed economiche, dalla mancanza di circolazione di moneta e dal conseguente calo del valore delle produzioni. Ai primi del ‘900 un soldo valeva la possibilità di sfamarsi, comprando un paio d’uova, o sei lattughe, o sei arance, o un quarto di rotolo di pane.
Fu in questo contesto che maturò la prima grande ondata migratoria verso le nuove terre dell’America, in particolare a Buenos Aires. Da lì, da quel nuovo mondo da cui i senisesi inviavano ai propri cari i biglietti d’imbarco, per rassicurarli del successo del loro arrivo e dar loro la speranza di sopravvivere in patria, cominciarono a giungere le prime rimesse economiche.
Mentre le famiglie dei poveri contadini ricominciavano a vivere grazie ad esse, i grandi proprietari cominciarono a disfarsi delle ricchezze che essi giudicavano superflue, e il tutto avveniva a prezzi accessibili. Tre/quattrocento lire una casa, seicento lire se in Corso V. Emanuele; cento lire per un tomolo di terreno tra i più fertili. I terreni che si accompagnavano al letto del Sinni e del Serrapotamo furono rimessi a coltura e rinvigoriti, tanto che ebbero un importante ruolo di riserva nella “battaglia del grano” lanciata nei primi anni del ventennio fascista.
Fu così che lentamente, e grazie all’immane fatica e ai grandi sacrifici dei nostri emigranti, si ricostituì un tessuto di piccoli proprietari terrieri, che fu il nocciolo di quella classe contadina che rese rispettabili e stimati i laboriosi contadini senisesi, che partivano di notte per portare fin nei paesi più lontani della regione, e anche oltre, i prodotti dell’agricoltura di Senise. Sono questi nostri antenati che ispirarono al poeta Pasquale-Totaro Ziella, una delle sue più belle poesie: I Foraterra.